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Minacce di VitaBuonasera, caro lettore o lettrice che perdi tempo su questo blog. Sarò sincero, devo ammettere che qui c'è veramente di tutto, da riflessioni esistenziali a invettive contro il sistema, dai cuori spezzati ai racconti più fantasiosi che io abbia mai scritto. In ogni caso, tutto questo sono io. Sotto tante facce. Potrei persino risultarti simpatico o tenero, ma la realtà è che, purtroppo, non me ne frega niente. Sono cinico, un pò stronzo, fedele solo alla mia morale, e non bado alla tua analisi psicologica. Non confondere la mia spiritualità e curiosità. Leggi e basta, sennò che diavolo di lettore saresti. Buona perdita di tempo.

venerdì 21 ottobre 2011

Mi fa un pò paura l'odio per la violenza.

Allora, vorrei specificare che non sono uno di quelli che crede nella guerra come metodo di risoluzione dei conflitti internazionali o cazzate varie, come esportare la democrazia col Napalm e il C4, però in fin dei conti sono un pragmatico.
L'argomento della settimana, dopo i fatti del 15 ottobre, è la violenza come elemento da combattere perché inutile e dannoso per la società. E' dunque logico connettere questa affermazione alle vetrine rotte, ai sampietrini lanciati contro le camionette della polizia, alle macchine in fiamme del primo precario sfigato che abita a San Giovanni, e fin qui sono tutte cose dette e stradette che non voglio ritirare fuori perché sostanzialmente sono d'accordo.
Però, c'è un però.
Portiamo la discussione a un livello più profondo.
Al livello della realtà.
Macchine in fiamme, cassonetti in fiamme, vetrine spaccate. A chi è che importa di tutto ciò? Di chi sono i vantaggi? E' possibile che siano solo gli sfoghi di quattro ultrà, esaltati di diversa estrazione sociale che vogliono semplicemente spaccare tutto?
A me, come persona dotata di raziocinio, dà fastidio pensare che il discorso di una giornata tanto complessa e articolata si riduca a un semplice "odiamo la violenza, difendiamo la manifestazione".
Innanzitutto le dimostrazioni non possono essere pacifiche e tranquille in tutto e per tutto, non ci può essere gente spensierata e felice, altrimenti che diavolo di indignazione ci sarebbe in piazza; ci sono persone incazzate, arrabbiate, unite contro un disagio che le sta seppellendo, fango spalato sulle loro, sulle nostre facce, senza che nessuno riesca a fermare queste impunità.
E' quindi ovvio che in piazza non ci si vada col sorriso in faccia.
Ed è anche ovvio che prima o poi l'espressione adirata si tramuterà in rabbia, lotta (e non misera violenza) contro un sistema che non funziona e che, se non verranno ascoltate le richieste, si trasformerà anche in lotta fisica. In assedi, sit-in, strumenti di lotta contro la politica da sempre. Non lotta fisica però intesa come volontà di distruzione, ma come dimostrazione di forza, di potenza, di numeri.
Ecco, su questo vorrei riflettere, sui numeri.
C'erano tante persone a Roma il 15. I giornali dicono 200.000, ma io le ho viste quelle persone e ho confrontato l'area occupata con quella dei concerti fatti a roma e vi posso dire (sperando che vi fidiate) che quantomeno 800.000 persone c'erano. Un milione forse, insomma, tante. Troppe, per un governo che vince la fiducia per un voto, decisamente troppe.
Dico troppe non perché potessero effettivamente conquistare il parlamento con le spranghe, ma perché un milione di persone che manifesta, unito, compatto, fa paura. Impressiona. Condiziona le persone stesse, che si fanno forza l'un l'altra, manifestano sempre più disagio e si danno sempre più da fare per partecipare e difendere le loro idee. Magari scendono anche in piazza in un milione con le spranghe, tutti insieme, senza sfasciare niente persino. Ma quanta paura farebbero, gente? Quanta, a un governo che è lontano da quel popolo che cammina, marcia nelle vie? Tanta.
E se non ci credete, vuol dire che vi hanno già condizionato, con la loro politica del "pacifismo" inteso come manifestazione inutile e silenziosa.
Vuol dire che credete che non c'è altro modo di cambiare le cose se non con il voto.
Vuol dire che non credete più alla partecipazione alla vita pubblica, perché quella E' vita pubblica, per quanto non vi possa piacere e cercate nella pace la vostra scusa, il vostro scudo contro la necessaria incazzatura che scaturisce dal vostro animo e che vi vorrebbe in piazza con i Kalashnikov.
Vuol dire che vi siete arresi.
E che forse, è il momento di ricominciare a ragionare.

mercoledì 19 ottobre 2011

La Libertà è morta.

La libertà? La libertà è un diritto, ma è anche un dovere. La libertà vorrei ricordare ai perbenisti, ai maldicenti, agli ignavi, ai violenti senza fine, ai mercenari, ai falsi comunisti, ai poco onesti, non è una costante, ma un valore che va difeso e ribadito ogni giorno, ogni secondo della nostra vita. E la libertà non è la possibilità di fare quel che si vuole, ma l'indignazione contro qualsiasi cosa sia contraria ai diritti fondamenti dell'uomo, e la partecipazione alla lotta contro le ingiustizie. Non c'è altra via, non c'è una legge che difende la libertà, solo le persone possono salvarla; e quando penso a Giuseppe Uva, a Stefano Cucchi, ad Aldrovandi, ai morti per questo paese che si rivoltano nella tomba, beh, mi rendo conto che è tardi. La Libertà è morta, e ci vorrà tanto, tanto, tanto impegno e lavoro per farla rinascere in questo mondo.

giovedì 22 settembre 2011

Organizzazione

Ho bisogno di esternare un bisogno di organizzazione. In realtà nella mia vita non credo mai di essere stata una persona veramente libera, non bigotto sia mai, tuttavia incastonato alla mia visione della vita. Sarà per mio padre. Sarà per un concetto di famiglia che non è mai stata l'idea esatta di sicurezza, piuttosto un luogo di allenamento per la vita reale; più che altro, una vita reale con cui devi fare i conti, che tu abbia dieci o vent'anni, che tu voglia o no. Credo che in realtà sia stato questo a farmi sviluppare il mio concetto di morale, ma allo stesso tempo è la causa stessa della mia distopia del mondo. Un'utopia dove le cose funzionano, dove la gente paga le tasse e vive felice. Prima o poi purtroppo ti rendi conto che non è vero, che la gente stessa non funziona, funziona male, si rompe, in fretta, niente è saldo. Le relazioni non sono salde, le amicizie spesso non sono tali mentre le persone a cui non davi tanto filo finisco per tessere con te la migliore delle ragnatele. Come disse un grande, la vita è ciò che ti succede mentre fai dei piani, e non penso ci sia frase più vera. Forse c'è sì ma in questo momento mi sembra molto vera. Verissima. Vererrima.
E' per questo che sento bisogno di organizzazione, perché ho creato un mondo piuttosto che delle regole per vivere nel mondo. Le creerò. Lo farò, ma saranno diverse. Sarò diverso. Perché mi piace guidare sotto la pioggia, leggere i libri alle due di notte e scrivere su un fottuto blog un giovedì sera. Sotto sotto mi piace anche lanciarmi col paracadute, ma per esserne sicuro dovrei prima lanciarmi. Ci sono un sacco di cose che mi piace fare, ma dovrei capire prima se ho bisogno di regole o se ho bisogno di organizzazione. O se semplicemente, è tutta quanta un'altra distopia, una semplice fantasia, e quello di cui ho davvero bisogno è una birra.

venerdì 1 luglio 2011

Saranno le bombe.

Rivoluzione, ribellioni, ovunque sempre e comunque. Bombe, bombardamenti, spari, mitraglie, fucili e cannoni. Bossoli che rimbalzano per terra, sangue. Cuori infranti, cuori spezzati, cuori bucati trapassati dalla rabbia e dai proiettili. Mancano tante cose. Cornici distrutte, foto accartocciate sotto le macerie e nei portafogli, eco in lontananza di libertà e amori perduti. Credi ancora nella passione, nella lotta, nella salvezza? Io no. Perché la speranza è l'ultima a morire, ma prima di lei quanti cadaveri ancora bisognerà contare? Quanti dovranno soffrire? Sempre uguale, trucida, brucia nello stomaco la rabbia, l'ulcera, il dolore, lo sconforto. Non ci sono più, forse non ci sono mai state, le cose che mancano, che servono. Addio è una parola facile, arrivederci è molto più complicata ma è dire ciao che con la sua leggerezza è forse la cosa più difficile. Non credere mai al soffio del vento, alla brezza del mattino, perché non è vera. Non lo sarà mai. Più.

venerdì 8 aprile 2011

Un giorno

Di solito, si pensa al futuro. E' logico, le scelte possono razionalmente influenzare solo il futuro. Non c'è collegamento fra ipotesi e realtà, fra ripensamento e trasformazione di potenza in atto. Tuttavia, ciò non toglie che nel passato si nascondono le fondamenta di ciò che siamo e di ciò che saremo; possiamo vederle, ripensarci, ma le penseremo sempre come banali, scontate, necessarie più che sufficienti al nostro essere, perché siamo ciò che siamo. Ma non è così. Siamo visti e più che giudicati, studiati dal non-io fichtiano, e a volte il non essere coglie dei punti di vista, delle sfumature, delle positività magari, che a noi sfuggono. Nella nostra integrità, siamo frammenti di scelte che ci caratterizzano. E la bellezza di tutto ciò sta nell'eterogeneità e nella giustizia che ogni giorno imprimiamo sul mondo e chissà, che un giorno, qualcuno non apprezzi quello che abbiamo fatto, non per egoismo, ma per una sua scelta ed una nostra giustizia.

domenica 26 dicembre 2010

Probabilmente

Probabilmente hai una bella vita, ora. Qualcosa è cambiato, è migliorato. Ora i buchi che prima erano vuoti si sono riempiti, come se la sabbia avesse colmato il barattolo della tua esistenza. E' facile giocare a dadi col destino ogni giorno, ipotizzare, pensare a quel che saresti adesso se le cose fossero andate diversamente. Eppure io ogni giorno lotto perché non ci credo al destino, a quello stesso fato che dovrebbe influenzarci: e qui sta la sottile differenza, la linea sottile che ha diviso come un profondo burrone due persone, tre persone, troppe persone. Mentre tu da quella sorte sei stato schiavizzato io adesso sono libero, appesantito e allibito dalla conoscenza e dalla coscienza che si sono rianimate (o semplicemente nate?) in me. Ora vedo, sospiro e scorgo oltre l'orizzonte la piattezza del tuo mare mentre navigo nella mia burrasca. Sento che la calma è pacifica, desiderabile eppure non proverei più l'ebrezza della brezza. Voglio ancora con tutte le mie forze evitare di naufragare in un mare che non è dolce per niente, ma di cui non disgusto il sale, perché è il sale che mi fa galleggiare. Sò che dovrei essere imparziale adesso, ammettere l'equità delle scelte, ma il mio cervello batte il mio cuore e sa bene che tutto ciò non è ammissibile. La burrasca coglie tutti primi e poi, qualcuno prova a navigarci, altri attendono cruento il loro destino. Addio, naufraga d'esistenza, di scelte e d'impegno, addio. Probabilmente non ci rivedremo più, e sarò lontano quando affogherò, ma lo farò col sapore salato del mare sulla lingua. Con gli occhi chiusi. Probabilmente.

domenica 17 ottobre 2010

Sono un utopista

Sono un utopista, è vero. Perché credo in tante cose, e dato che si dice che è normale crederci quando si è giovani, beh allora spero di rimanerci giovane, giovane dentro. Sono convinto che il mondo fa davvero schifo, e non lo dico per moralismo o chissà quale cazzo di ideologia, lo dico perché quando guardo il tg, quando leggo le news, quando ascolto quello che il mondo ha da dire sento tanta rabbia, ingiustizia e tristezza. Penso che il lieto fine ci sia soltanto nei film e nei libri di Clive Cussler, mentre qua fuori la gente lotta dalla mattina alla sera e ha pace soltanto nel sonno. Non mi piace chi se ne frega, chi si lascia tutto alle spalle o semplicemente pensa solo a se stesso; il futuro io lo vedo nella tecnologia, nella solidarietà e nel compromesso che un pianeta tanto complesso può tuttavia trovare. Nell'inerzia vedo solamente una scusa, c'è sempre qualcosa che ognuno di noi può fare. E non esiste motivo per cui una lotta debba finire, anche fossi solo tu stesso a portarla avanti. Non c'è ragione che possa distruggere una persona, perché le idee quelle non te le possono rubare. Potranno provarci, ma la tua testa non te la possono togliere perché fino a quando vivrai potrai usarla a tuo piacimento. E allora usiamola tutti, teniamola in vita, perché su questa terra ci si sta una manciata di decenni, non per secoli. Se vuoi fare qualcosa, è questo il momento. Non bisogna aspettare, ma fare. E quando sento gridare "Yes, we can" o vedo la gente manifestare, sono contento, perché sono tutte persone che vogliono dire la loro, che non vogliono accettare le cose come stanno: Perché le cose stanno così fino a quando qualcuno non le cambia.
E oggi tocca cambiarle.
E oggi tocca cambiare.