Vorrei iniziare quest'articolo con una citazione che mi è entrata in testa e che mi viene in mente nei momenti più disparati, ma che apprezzo notevolmente: "No, la vita non mi ha disilluso", di Nietzsche.
Effettivamente non c'è nulla nella vita, tanto meno la vita stessa, che abbia ancora avuto l'onore di disilludermi, e lo reputo un fatto positivo, diciamo, almeno non del tutto negativo, soddisfacente: vuol dire che per ora mi rendo ancora conto di non sapere assolutamente nulla di questo diavolo di mondo, insomma siamo tutti degli ignoranti, nel senso che ignoriamo (cit.), perciò le scoperte per quanto tristi, smielate, crudeli, atroci o terrificanti che siano fanno parte del normale bagaglio culturale di esperienza che ci tocca un po' a tutti, nulla di speciale. E' divertente pensare che anche la cosa più spiacevole è qualcosa di comune in fondo, un evento che sarà toccato a tanti e che tranne eccezioni degni di nota, non ha mai ucciso. Insomma siamo dei dannati esploratori di questa terra e di questa vita che aspettiamo il domani con gaudio misto a ribrezzo, eccitati e devastati dal futuro che arriverà. Semplice fatalità che alla lunga è capace anche che annoi qualcuno fra gli individui più gagliardi del nostro tempo, come Sylvester Stallone o George Bush che hanno avuto il piacere di provare le più varie sfaccettature della nostra epoca e in fondo a novant'anni si ritroveranno chiusi in casa a rivedere film di decenni prima o a giocare a Risiko con Bin Laden, tuttavia non rientro fra questi pochi eletti e credo che il domani mi riservi ancora qualche sorpresina a cui difficilmente potrei essere preparato, diciamo numerose sorpresine, come quella dannata volta che ho scoperto che Babbo Natale non esisteva, capitemi, non è cosa da tutti i giorni, si può entrare in coma per shock del genere, non bisogna prenderle alla leggera queste rivelazioni; e vogliamo parlare di Berlusconi? Per anni cresci pensando che sia un politico sbeffeggiato di serie B e poi un bel giorno ti informano che ha il 90% delle televisioni ed è presidente del consiglio, ti domandi come è possibile che ancora ci sia satira nei suoi confronti e ti porti avanti il dubbio fino alla pensione, fino a quando scopri che non c'è più la pensione e in quel momento capisci che ti ha fregato anche con la satira e scopri un bel pò di cose, anche se è troppo tardi, ma rimane comunque uno shock, mi capirete spero.
Insomma non so cosa aspettarmi dai rimanenti anni di vita, che non specifico per la legge sulla privacy, non posso mica venirvi a dire che ho 17 anni dai, non mi prendereste sul serio.
Però una cosa la so, la vita non mi ha disilluso e in fin dei conti sono abbastanza fiducioso nel domani, tanto sei sempre sicuro di certe cose e sono quelle che ti danno forza, ad esempio il fatto che sicuramente se Andreotti ha passato i 90, Berlusconi passerà i 180 con qualche capello in più (miracoli della tecnologia o della fede?) e tanti soldi, e su queste cose orbitano le proprie speranze.
Grazie futuro.
Welcome!
lunedì 27 aprile 2009
martedì 14 aprile 2009
Il teatro
In una vita ci si può comportare in tanti modi diversi, un giorno sei una persona e il giorno dopo chissà. Siamo abituati a essere frivoli e incoerenti. Eppure noi siamo sempre noi, non cambiamo, rimaniamo quelli di sempre: ma è difficile scoprirci, rivelarci a noi stessi: c'è chi incontra l'anima gemella e capisce finalmente la sua vera natura, c'è chi vive per i soldi, chi per la gloria, chi ha fondato tutto sul successo, chi sulla gioia e sulla felicità, chi crede in Dio, chi nella guerra e uccide 12 persone in una scuola per evocare il suo idolo, chi vede in un figlio il bene più grande, chi tradisce, chi ama, chi sogna. E poi nella vita di tutti i giorni sono persone apatiche, avare, oppresse, dolci, assillanti, smielate e frivole, incoerenti e bugiarde, pazze e senza speranza, sincere, crudeli, povere, incantevoli: non sempre si è realisti con se stessi, ma non è una colpa. E' veramente difficile capire chi si è, e lo è ancora di più accettarsi senza compromessi.
Io non so come sono e cosa sono, cosa credo di essere, cosa faccio credere di essere. Però quando, sorvolate tante persone, scartati tanti amici, si giunge a una conclusione, scopri anche qualcuno speciale. Una donna, un'amica. Non so per quale motivo, però le mie certezze sono arrivate così. Sono stato crudele, disperato, ironico, folle, adirato, confuso, ma è bastato un gesto, piccolo, insignificante, un misero abbraccio, per rendermi conto di quello che sono; per capire che a differenza di come mi ero comportato, lei sarebbe sempre stata importante. Non so cosa può valere per lei, però in me è qualcosa che vale. E' una chiave di lettura per un romanzo cifrato, un'anima che credevo di aver dimenticato ma che non puoi mai abbandonare sul serio. E quando la ricordi, ritrovi tanto. Ritrovi tutto. E scopri anche.
Non significa nulla quel gesto ma penso, credo, spero. Perché un ti voglio bene è ormai un tabù, un ostacolo da combattere a cui non posso nemmeno aspirare.
Tutto è finzione, siamo solo maschere in un teatrino in cui recitiamo per compiacere più che noi stessi, gli altri. Non siamo nessuno ma è bello far credere a tutti di essere i primi della classe, sbaglio forse? No, non sbaglio. Lo so per certo perché nessuno e dico nessuno può uscire di scena.
Non mi piacciono tanti atti di questo spettacolo, a tratti morboso a tratti crudele. Odio tante persone di questo pessimo palco, odio i loro comportamenti, odio le falsità e le mere viltà mascherate da virtù, cani rabbiosi e ipocriti, nient'altro.
Tuttavia nemmeno io posso. Nemmeno io sono mai uscito di scena.
Ed è normale quindi che tutto ciò a cui ambisco è troppo reale, sincero, troppo lontano dallo spettacolo. Ti rendi conto di quanto sei incapace di fare ciò che ti prefissi, e magari più che dare la colpa agli altri, guardi un po' le tue, di spalle.
Il problema è che non è mai bastato quello che ho fatto. Ci sono sempre incomprensioni, errori, commenti di sfuggita e piccoli dettagli che alla fine, pesano. Come adesso, sarebbe facile pensare che sto criticando qualcuno: e invece no. Il problema qui sono io, ed è per questo che non ti ho mai fatto capire nulla, tanto meno chi fossi io e quanto tu sia importante per questo semplice Io. Per una volta sarò sincero, con me stesso, con tutti, più per la voglia di urlarlo che per il desiderio di dire le cose come stanno, lo dirò: "Ti voglio bene". E sparirà, in un commento, in una smorfia, un post come tanti fra troppi; ma per una volta confido di aver fatto lo mossa giusta.
E poi mi siedo, mi rilasso. E mi rassegno.
Io non so come sono e cosa sono, cosa credo di essere, cosa faccio credere di essere. Però quando, sorvolate tante persone, scartati tanti amici, si giunge a una conclusione, scopri anche qualcuno speciale. Una donna, un'amica. Non so per quale motivo, però le mie certezze sono arrivate così. Sono stato crudele, disperato, ironico, folle, adirato, confuso, ma è bastato un gesto, piccolo, insignificante, un misero abbraccio, per rendermi conto di quello che sono; per capire che a differenza di come mi ero comportato, lei sarebbe sempre stata importante. Non so cosa può valere per lei, però in me è qualcosa che vale. E' una chiave di lettura per un romanzo cifrato, un'anima che credevo di aver dimenticato ma che non puoi mai abbandonare sul serio. E quando la ricordi, ritrovi tanto. Ritrovi tutto. E scopri anche.
Non significa nulla quel gesto ma penso, credo, spero. Perché un ti voglio bene è ormai un tabù, un ostacolo da combattere a cui non posso nemmeno aspirare.
Tutto è finzione, siamo solo maschere in un teatrino in cui recitiamo per compiacere più che noi stessi, gli altri. Non siamo nessuno ma è bello far credere a tutti di essere i primi della classe, sbaglio forse? No, non sbaglio. Lo so per certo perché nessuno e dico nessuno può uscire di scena.
Non mi piacciono tanti atti di questo spettacolo, a tratti morboso a tratti crudele. Odio tante persone di questo pessimo palco, odio i loro comportamenti, odio le falsità e le mere viltà mascherate da virtù, cani rabbiosi e ipocriti, nient'altro.
Tuttavia nemmeno io posso. Nemmeno io sono mai uscito di scena.
Ed è normale quindi che tutto ciò a cui ambisco è troppo reale, sincero, troppo lontano dallo spettacolo. Ti rendi conto di quanto sei incapace di fare ciò che ti prefissi, e magari più che dare la colpa agli altri, guardi un po' le tue, di spalle.
Il problema è che non è mai bastato quello che ho fatto. Ci sono sempre incomprensioni, errori, commenti di sfuggita e piccoli dettagli che alla fine, pesano. Come adesso, sarebbe facile pensare che sto criticando qualcuno: e invece no. Il problema qui sono io, ed è per questo che non ti ho mai fatto capire nulla, tanto meno chi fossi io e quanto tu sia importante per questo semplice Io. Per una volta sarò sincero, con me stesso, con tutti, più per la voglia di urlarlo che per il desiderio di dire le cose come stanno, lo dirò: "Ti voglio bene". E sparirà, in un commento, in una smorfia, un post come tanti fra troppi; ma per una volta confido di aver fatto lo mossa giusta.
E poi mi siedo, mi rilasso. E mi rassegno.
martedì 17 marzo 2009
XKCD - La traduzione
Anche se non è fra i siti di vignette più noti, XKCD ha incrementato la sua popolarità negli ultimi anni soprattutto grazie al suo stile semplice e lineare e l'umorismo pungente e un po' particolare.
Nelle sue vignette l'autore, Randall Munroe un ex-consulente della NASA, propone numerosi temi, spesso riguardanti la matematica o il mondo dei computer, ma anche argomenti ricorrenti o sue ossessioni, come l'attacco dei velociraptor (sì, quelli di Jurassic Park).
All'uscita della sua nuova vignetta, Alternative Energy Revolution, io e un mio amico abbiamo avuto l'idea di avviare un progetto di traduzione delle vignette di xkcd, e magari inviarle allo stesso autore, come fanno già gli stessi russi e spagnoli. È chiaro che non è possibile tradurre ogni vignetta, in quanto in molte sono presenti riferimenti, parole o concetti intraducibili in italiano; però ci si può sempre provare. Ecco alcuni esempi che ho tradotto fra ieri e oggi; buona lettura.
Cliccate sulle immagini per ingrandire.



Nelle sue vignette l'autore, Randall Munroe un ex-consulente della NASA, propone numerosi temi, spesso riguardanti la matematica o il mondo dei computer, ma anche argomenti ricorrenti o sue ossessioni, come l'attacco dei velociraptor (sì, quelli di Jurassic Park).
All'uscita della sua nuova vignetta, Alternative Energy Revolution, io e un mio amico abbiamo avuto l'idea di avviare un progetto di traduzione delle vignette di xkcd, e magari inviarle allo stesso autore, come fanno già gli stessi russi e spagnoli. È chiaro che non è possibile tradurre ogni vignetta, in quanto in molte sono presenti riferimenti, parole o concetti intraducibili in italiano; però ci si può sempre provare. Ecco alcuni esempi che ho tradotto fra ieri e oggi; buona lettura.
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sabato 21 febbraio 2009
Storia di un saggio
Vi starete chiedendo chi io sia e per quale motivo abbia deciso di raccontarvi questa storia. Per quanto riguarda la prima domanda, mi conoscerete solo leggendo, vi basti sappere ciò; Per il motivo, posso dirvi qualcosa che inizierà a farvi capire questo racconto: sappiate che le mie labbra cominciano a seccarsi, il cervello mano a mano rallenta e le immagini nella mia mente sono sempre più confuse e opache, diventano sfumature impalpabili, ben lontane dalla saporite essenze che hanno caratterizzato le mie avventure. E qual è la gioia più grande per un vecchio, se non ricordare le sue gesta, vedere le parole che, dirompenti, fluiscono fuori dalla propria bocca e penetrano nelle orecchie degli avidi e giovani ascoltatori? Allo stesso modo io amo il sapore della lingua impastata per il continuo narrare, io che descrivo ogni gesto con esagerato vigore e accompagno il tutto con una grande passionalità. Io amo regalare il mio sapere e la mia vita a voi altri, questo è il mio fine, di cui vi racconterò la causa stessa. E così, ora, ascoltate ciò che ho da dirvi.
Vivevo tempo fa in un piccolo villaggio, sulla costa della Germania. La vita, calma e tranquilla, procedeva al ritmo della pesca, mentre ogni sera le famiglie riunite celebravano la gioia della giornata. Per quanto il cibo fosse abbondante e la serenità cullasse tutto il paese, sentivo che qualcosa mancava, dentro di me. Ero assetato di qualcosa che oggi chiamerei "sapienza"; desideravo con tutto il cuore scoprire qualcosa in più, che illuminasse la mia via e la mia vita, per fermare quell'erosione interna che mi stava divorando e che, se non avessi fermato in tempo, come vi racconterò, mi avrebbe senza dubbio ucciso.
Mi allontanai dal villaggio e mi inoltrai nella profonda Germania, nella patria dei barbari, colei che fermò l'avanzata romana, senza pensare ai pericoli che stavo per affrontare: lo strazio che aveva dentro costringeva il mio corpo già esausto ad affrettare il passo, attraversando foreste nel cuore della notte, scalando picchi innevati sotto la luce dell'alba, guadando fiumi sotto il sole cocente di mezzogiorno, marciando nei folti prati verdi al tramonto, il tutto senza potermi fermare mai, come sospinto da una misteriosa forza interiore, tanto crudele quanto potente.
Allo stremo mi accorsi di essere ormai giunto al confine con l'Austria, e fu qui che per la prima volta riuscii a contenere il mio impulso, a bloccare l'avanzata: fabbricai una capanna con le mie ultime energie e, preparato il giaciglio, caddi in letargo come un orso d'inverno.
Passarono diversi giorni in cui non mossi un ciglio, rimanendo immobile nel mio sonno, e sognavo altri viaggi, così i miei piedi si muovevano nella mia mente, al ritmo dei miei respiri, dritti verso nuovo mete, mentre il mio corpo si opponeva e rimaneva lì sdraiato.
Solo dopo una settimana aprii gli occhi e, appena pronto, ripresi il mio viaggio con inaspettata sicurezza: il cammino era già tracciato nella mia mente e percorrevo esattamente gli stessi sentieri che avevo sognato quelle notti; e così giunsi in Italia dove, in una città della vasta pianura, mi fermai per riposare in una locanda.
Fu facile prenotare una stanza per la notte, così ebbi tempo di sedermi e cenare con qualcosa di diverso e di più decente rispetto ai pasti che accompagnavano il mio pellegrinaggio. E non fu quella la sola novità della serata: un signore, con un saio e un cappello scuro, si sedette accanto a me e iniziò a mangiare con una notevole lentezza, come se dovesse dire qualcosa; così gli chiesi: «Buon uomo, in una così vasta locanda, perché prendi posto vicino a un forestiero?».
«Qualcosa dentro di me mi assicura che io già ti conosco» Rispose l'uomo «lo reputi sensato?»
«Tutto è possibile, non credo di poterlo negare» Gli dissi con indecisa rapidità.
«E' qui che sbagli, mio caro amico. Io non conosco neppure il tuo nome, tanto meno la tua storia» incalzò lo sconosciuto «eppure con confidenza parlo a te, perché so sfruttare le curiose credenze della gente. Non porre mai fiducia in nessuno sul cui conto la tua esperienza non fornisca prove concrete e sicure. Il Destino non esiste, tutto ciò che abbiamo noi poveri uomini è la semplice vita, priva di poteri soprannaturali. Abbi fede in te, e solo in te stesso, o pellegrino.»
Volevo in quel momento rispondere con foga, mostrare a quell'uomo come quel mio incontro fosse già previsto nel mio lungo sonno, tuttavia un pensiero mi balenò in mente: Quell'uomo avrebbe parlato a chiunque, per il mero gusto di farlo. Come potevo sostenere la veridicità del destino con un uomo che aveva conquistato la mia piena fiducia proprio ingannandomi su quello stesso argomento, sfruttando la mia ignoranza e debolezza? Era impossibile. Ed ero stanco d'altronde. Il pasto fu amaro e pesante, così andai a dormire, e questa volta il sonno fu più breve: già la mattina seguente ripresi la mia via.
Nel lungo cammino che mi avrebbe condotto in Francia, ebbi tempo di riflettere. Sapevo già che il destino non esisteva, e questo mi conferiva una grande saggezza: chiari davanti ai miei occhi si stagliavano i miei piani, e ora, privo delle superstizioni, potevo progettare ogni cosa con metodica precisione e correttezza; nessuno mi avrebbe più ingannato, ne ero certo, così come ero sicuro della veridicità di quell’italiano: le sue parole erano sagge non perché belle, ma perché fondate sulla ragione. Io ora ero entrato in possesso di quest'ultima, e solo uno stolto avrebbe potuto credere di fermarmi.
Passo dopo passo, sospinto dalla mia energia che sembrava interminabile, raggiunsi la capitale francese, Parigi. Era quasi il tramonto, così chiesi ospitalità a una casa poco lontana dalle mura. Il contadino che lì abitava fu molto cortese e con bontà mi offrì di condividere una stanza della sua dimora con un altro forestiero che alloggiava lì da molti mesi. Senza paura accettai e, alzate le coperte, mi infilai nel letto costretto dalla stanchezza che attanagliava le mie gambe.
Uno strano sospiro dell'altro ospite tuttavia turbò il mio sonno. Egli, con parole che a me allora sembravano incaute, disse: «Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato. Tu, un forestiero, ti saresti fermato in questa casa e avresti cambiato la mia vita. So che c'è un grande progetto nell'aria». Io, che null'altro aspettavo se non l'occasione di mostrare a qualche stolto le mie nuove e ingegnose conoscenze, risposi: «Caro amico, non credo in ciò che tu dici. Non c'è nulla che possa collegare le nostre strade, la tue sono solo parole ingannevoli. Miri a qualcos'altro e non certo a un grande progetto; così come il tuo scopo è meschino, la tua voce è traditrice: non aspettare che io ti creda, dunque.»
«Sai molto, o avventuriero. Le tue parole sono colte» rispose l'uomo «ma non abbastanza. Credi di essere saggio, di avere la conoscenza nelle tue mani: eppure guardati, cos'hai ora? Solo aria e nulla più. Tutto ciò su cui fondi il tuo viaggio è più malvagio dei miei intenti; sei superbo e credi di avere già tutto, ma in realtà sei povero d'anima. Ora me ne andrò e ti lascerò alla tua storia: ma sappi che il tuo viaggio è tutt’altro che concluso».
Le sue parole mi turbarono molto. Pensai a replicare mentre egli faceva i suoi bagagli, ma non trovai nulla su cui basare la mia tesi: era vero, pensavo solamente al dibattito che avrei dovuto affrontare, avevo abbandonato il mio desiderio di sapere per far posto a un'avida sete di lotta verbale. Il mio carattere era così annebbiato dalla mia, per quanto nuova, piccola scoperta che non mi rendevo conto di quanto il sapere fosse più vasto del mio intelletto: egli mi aveva aperto la via, che ora con umiltà avrei proseguito, pronto ad affrontare i nuovi pericoli che mi si sarebbero posti di fronte. Riposai serenamente, per quanto mi aspettassi una nottata d'inferno, e ciò mi rincuorò molto.
Era una grande giornata e con passo svelto mi avventurai verso la Spagna. Parigi non mi aveva attratto molto, e la mia forza interna mi costringeva a correre, a camminare verso terre ignote e verso profeti più savi di me. Passarono mesi e mesi prima di raggiungere i Pirenei, perché la mia età avanzava al ritmo dei miei passi, e poco a poco sentivo che le energie mi venivano a mancare: fu così che già dopo un anno raggiunsi i porti delle coste spagnole e decisi di stabilirmi, questa volta perennemente, in un paese minuscolo vicino alle colonne d'Ercole.
Con gli anni riuscii a comprare una piccola casa, dopo aver vissuto per circa un lustro nella casa di una famiglia marinara, che si comportò molto gentilmente con me.
La mia barba era sempre più bianca e folta: diventavo vecchio, così, non potendo più viaggiare ma volendo apprendere, cercando di trovare la modesta risposta alla mia domanda di sapere, decisi di affittare una stanza del mio rifugio ai forestieri che avessero desiderato riposarsi.
Per un tempo che ora mi sembra infinito ma che fu relativamente breve, ospitai numerosi uomini, chi più saggio chi meno, chi coraggioso e chi vigliacco, chi ricco e chi povero, e da tutti amavo ascoltare qualcosa, così come amavo narrare loro la mia storia; ma mai fui soddisfatto quanto il giorno in cui veramente scoprii cosa fosse il Sapere.
Stavo ospitando in casa mia un giovane, che spesso e volentieri mi poneva delle domande alle quali, gradendo moltissimo il suo comportamento, rispondevo sempre, fino a quando egli, con aria innocente, disse: «O signore, è notevole la vostra saggezza, ma voi negate sempre che questo vi renda savio; avete innumerevoli conoscenze, siete sempre gentile col prossimo, eppure non vi reputate un saggio. Cos’è dunque ciò a cui aspirate che vi possa rendere tale? »
In quel momento ebbi l’illuminazione, era finalmente chiaro, si concludeva lì il circolo; fiero delle mie idee, risposi con vigorosa gioia al ragazzo: «Ebbene la saggezza risiede in ciò che ho appena fatto e che sto per fare, mio giovane ospite: consiste nel tramandare tutta questa sapienza a te, che hai ancora una vita davanti. Così come non è il destino a guidare la nostra vita, ma è il solo sapere a illuminare il percorso, così come la saggezza non risiede nella conoscenza ma nell’apprendimento, così il vero Sapere sta nel comunicare e nel ragionare, non c’è nient’altro che può rendere un uomo un saggio se non il suo insegnamento e il suo dialogare: non c’è sola passività nell’apprendere così non c’è solo attività nell’insegnare. »
Penso che a questo punto sia inutile continuare il racconto per filo e per segno, in quanto ora sapete che io sono solo un vivace studente che ha finalmente capito che solo tramandando questa storia poteva placare l’erosione che lo aveva spinto nel suo viaggio.
Ora sapete come un saggio non è altro che un uomo come tutti voi che, forte delle sue conoscenze, si è aperto al mondo, ed è per questo che io scrivo. Ora scoprite, come io ho scoperto, che il Sapiente che io cercavo dalla mia nascita non era altro che me stesso al momento della mia fine.
Abbiate fede in voi stessi.
domenica 15 febbraio 2009
San Valentino
Simpatica, veramente simpatica come festa. La festa dell'amore, dei cuori in vetrina, delle scatole di cioccolatini e dei mazzi di fiori, della sorpresa romantica al mattino e la cenetta al lume di candela la sera, delle passeggiate per i viali, per stare soli e romanticamente uniti.
Il problema è che qualcuno ancora ci crede a questa favoletta, come d'altronde si crede anche ai film, ma questa è un'altra storia.
Vediamola sinceramente: è la ricorrenza dell'ipocrisia e la sagra del consumismo, una crudele realtà e una triste cupidigia mascherate sotto forma di un bel sentimento; e anche tante belle parole, cari "ti amo" di dubbia sincerità, baci futili. Il che non darebbe fastidio a nessuno, se almeno si evitasse di celebrare il tutto come il culmine dell'amore, dei sentimenti. Regali a tutta birra per farsela dare dalla propria fidanzata.
La festa dell'amore, quello vero, è tutti i giorni, stupida ricorrenza canonica. Come se l'amore si misurasse in gradi, poi.
Fatevi un favore, evitate di prendervi in giro. Anche perchè, senza troppa crudeltà, il giorno di San Valentino potrebbe concludersi in un semplice dialogo.
Lui (Va a casa della sua lei): Ciao amore.
Lei (Baciandolo): Ciao.
Lui: Ti ho portato dei fiori.
Lei: Grazie.
Lui: E anche una scatola di baci perugina!
Lei: Buoni.
Lui: Sono contento che ti piacciano...
Lei: ...
Lui: Senti, lo facciamo qui o in camera da letto?.
Auguri, per ieri.
Il problema è che qualcuno ancora ci crede a questa favoletta, come d'altronde si crede anche ai film, ma questa è un'altra storia.
Vediamola sinceramente: è la ricorrenza dell'ipocrisia e la sagra del consumismo, una crudele realtà e una triste cupidigia mascherate sotto forma di un bel sentimento; e anche tante belle parole, cari "ti amo" di dubbia sincerità, baci futili. Il che non darebbe fastidio a nessuno, se almeno si evitasse di celebrare il tutto come il culmine dell'amore, dei sentimenti. Regali a tutta birra per farsela dare dalla propria fidanzata.
La festa dell'amore, quello vero, è tutti i giorni, stupida ricorrenza canonica. Come se l'amore si misurasse in gradi, poi.
Fatevi un favore, evitate di prendervi in giro. Anche perchè, senza troppa crudeltà, il giorno di San Valentino potrebbe concludersi in un semplice dialogo.
Lui (Va a casa della sua lei): Ciao amore.
Lei (Baciandolo): Ciao.
Lui: Ti ho portato dei fiori.
Lei: Grazie.
Lui: E anche una scatola di baci perugina!
Lei: Buoni.
Lui: Sono contento che ti piacciano...
Lei: ...
Lui: Senti, lo facciamo qui o in camera da letto?.
Auguri, per ieri.
giovedì 22 gennaio 2009
Il Manager
Sempre la solita storia
Capitolo III
"Il Manager"
Il laghetto artificiale al centro dell'Urcwesser Park rifletteva i flebili ma caldi raggi di luce, provocando dei magnifici e rifulgenti riflessi dorati sullo specchio d'acqua. A quest'ora il sole era ben più caldo rispetto all'alba, mentre i lavoratori londinesi, ormai in ritardo, si affrettavano a raggiungere i loro uffici, pronti a subire un'altra ramanzina da parte del direttore; come ogni mattina, d'altronde.
Le fronde degli alberi ondeggiavano come cullate dal vento, il quale provvedeva anche a sorreggere in volo i numerosi uccelli migratori e a colpire con freddo vigore i volti dei passanti, senza badare al colore della pelle o ai gioielli esibiti. Per quanto fosse estate, il vento sembrava deciso a rimanere e a turbare la città ancora a lungo: misterioso veniva al mattino, cresceva, si intensificava, fino a dissolversi con i primi accenni di tramonto; era quasi piacevole per Tom passeggiare per il parco, osservare i prati che gradualmente venivano popolati da giovani ragazzi e anziane coppie, mentre i viottoli si riempivano di biciclette e atleti improvvisati.
Fra il piacevole sospiro del sollievo quotidiano e l'angosciante incombere delle folate fredde, tuttavia, fu quest'ultimo a prevalere nell'animo del detective: ogni dieci passi girava la sua testa e aguzzava la vista in cerca di qualcosa o qualcuno, fino a quando non lo vide in lontananza: si trovava sotto una vecchia quercia, intento a parlare al cellulare.
Accelerò il passo e con discrezione salì la via che portava al giardino superiore, oltrepassò la siepe e lo raggiunse alle spalle; aspettò che si fosse seduto per salutarlo, ma l'uomo lo anticipò.
- Ciao Tom. Mi sei mancato sai? - disse con voce flebile.
- Anche tu Eric, sì, certo - rispose con tono indeciso l'investigatore.
- È tanto che non ti fai vedere. Credevo quasi che fossimo destinati a non rivederci più. Mai più. Ma non mi hai deluso, sei tornato, sei qui ora - rispose energicamente Eric - ma adesso mi domando cosa ci fai, in questo luogo. Non sono più così stolto da non capire che c'è sotto qualcosa, qualcosa di troppo grande e inquietante, e coì sei venuto da me, eh? -
- Ecco, sì. È esatto - rispose Tom.
- Bene, benissimo! Te ne vai, mi lasci qui nei casini, con una camicia sporca di sangue, senza un dannato dollaro per comprarmi un panino, e pensi di poter tornare qui, darmi una calorosa stretta di mano e reiniziare tutto come prima? È questo quello che pensi? Che vuoi, o meglio, che vorresti? - urlò gracidamente Eric, sempre più sconvolto.
- No, non come prima. Qualcosa è cambiato: i personaggi della favola. Ora sono otto, sono stranieri e non abbiamo una benchè minima traccia del loro passato. C'è solo sangue in queste - disse Lankster passando le foto all'amico - eppure sono l'unico indizio. Questa volta non c'è l'uscita di emergenza, Eric. -
- Uscita di emergenza? Usi sempre questa parola così bella per descrivere la tua fuga da una stanza con quattro cadaveri, mentre il tuo migliore amico è svenuto sul pavimento? - disse sarcasticamente ma con terrore l'amico.
- Non c'è tempo per ricordare il passato. Tieni - disse l'investigatore, sempre più agitato, mentre lasciava una delle sette foto nelle mani di Eric - questa è la foto di Pierovic Kadroin. Prendi la metro per andarci, prendi tutte le informazioni che puoi, tu sai quali mi interessano. -
Lankster tacque per qualche secondo, riprese fiato e ebbe tempo per riflettere.
- Scusami - disse Tom con crudele sincerità - hai ragione. Sono stato via per troppo tempo, forse ho fatto la scelta sbagliata. E ne sto pagando le conseguenze. E ora mi aiuterai a pagarle. -
- Ho paura, ma lo farò. Non ho altro da dirti - rispose Eric, mettendo via la polaroid e il cellulare nella sua giacca da vero manager londinese.
Rimasero entrambi in silenzio per un poco, poi con un cenno si salutarono, senza aprir bocca.
Tom rimase sotto la quercia, mentre l'amico, il businessman che ormai era al suo servizio, se ne andava con passo furioso verso l'uscita est del parco.
Quanto aveva condiviso con quell'uomo e quanto ancora avrebbe dovuto sopportare, verso l'ignoto punto di fuga della prospettiva della sua vita.
Cominciò a piovere e le gocce del temporale, così possenti e impetuose, creavano piccoli tamburi ovunque, mentre il lago si tramutava in un'enorme grancassa armonica; e così, con passo malinconico e nostalgico, si diresse verso il cancello Nord, solo e turbato.
Capitolo III
"Il Manager"
Il laghetto artificiale al centro dell'Urcwesser Park rifletteva i flebili ma caldi raggi di luce, provocando dei magnifici e rifulgenti riflessi dorati sullo specchio d'acqua. A quest'ora il sole era ben più caldo rispetto all'alba, mentre i lavoratori londinesi, ormai in ritardo, si affrettavano a raggiungere i loro uffici, pronti a subire un'altra ramanzina da parte del direttore; come ogni mattina, d'altronde.
Le fronde degli alberi ondeggiavano come cullate dal vento, il quale provvedeva anche a sorreggere in volo i numerosi uccelli migratori e a colpire con freddo vigore i volti dei passanti, senza badare al colore della pelle o ai gioielli esibiti. Per quanto fosse estate, il vento sembrava deciso a rimanere e a turbare la città ancora a lungo: misterioso veniva al mattino, cresceva, si intensificava, fino a dissolversi con i primi accenni di tramonto; era quasi piacevole per Tom passeggiare per il parco, osservare i prati che gradualmente venivano popolati da giovani ragazzi e anziane coppie, mentre i viottoli si riempivano di biciclette e atleti improvvisati.
Fra il piacevole sospiro del sollievo quotidiano e l'angosciante incombere delle folate fredde, tuttavia, fu quest'ultimo a prevalere nell'animo del detective: ogni dieci passi girava la sua testa e aguzzava la vista in cerca di qualcosa o qualcuno, fino a quando non lo vide in lontananza: si trovava sotto una vecchia quercia, intento a parlare al cellulare.
Accelerò il passo e con discrezione salì la via che portava al giardino superiore, oltrepassò la siepe e lo raggiunse alle spalle; aspettò che si fosse seduto per salutarlo, ma l'uomo lo anticipò.
- Ciao Tom. Mi sei mancato sai? - disse con voce flebile.
- Anche tu Eric, sì, certo - rispose con tono indeciso l'investigatore.
- È tanto che non ti fai vedere. Credevo quasi che fossimo destinati a non rivederci più. Mai più. Ma non mi hai deluso, sei tornato, sei qui ora - rispose energicamente Eric - ma adesso mi domando cosa ci fai, in questo luogo. Non sono più così stolto da non capire che c'è sotto qualcosa, qualcosa di troppo grande e inquietante, e coì sei venuto da me, eh? -
- Ecco, sì. È esatto - rispose Tom.
- Bene, benissimo! Te ne vai, mi lasci qui nei casini, con una camicia sporca di sangue, senza un dannato dollaro per comprarmi un panino, e pensi di poter tornare qui, darmi una calorosa stretta di mano e reiniziare tutto come prima? È questo quello che pensi? Che vuoi, o meglio, che vorresti? - urlò gracidamente Eric, sempre più sconvolto.
- No, non come prima. Qualcosa è cambiato: i personaggi della favola. Ora sono otto, sono stranieri e non abbiamo una benchè minima traccia del loro passato. C'è solo sangue in queste - disse Lankster passando le foto all'amico - eppure sono l'unico indizio. Questa volta non c'è l'uscita di emergenza, Eric. -
- Uscita di emergenza? Usi sempre questa parola così bella per descrivere la tua fuga da una stanza con quattro cadaveri, mentre il tuo migliore amico è svenuto sul pavimento? - disse sarcasticamente ma con terrore l'amico.
- Non c'è tempo per ricordare il passato. Tieni - disse l'investigatore, sempre più agitato, mentre lasciava una delle sette foto nelle mani di Eric - questa è la foto di Pierovic Kadroin. Prendi la metro per andarci, prendi tutte le informazioni che puoi, tu sai quali mi interessano. -
Lankster tacque per qualche secondo, riprese fiato e ebbe tempo per riflettere.
- Scusami - disse Tom con crudele sincerità - hai ragione. Sono stato via per troppo tempo, forse ho fatto la scelta sbagliata. E ne sto pagando le conseguenze. E ora mi aiuterai a pagarle. -
- Ho paura, ma lo farò. Non ho altro da dirti - rispose Eric, mettendo via la polaroid e il cellulare nella sua giacca da vero manager londinese.
Rimasero entrambi in silenzio per un poco, poi con un cenno si salutarono, senza aprir bocca.
Tom rimase sotto la quercia, mentre l'amico, il businessman che ormai era al suo servizio, se ne andava con passo furioso verso l'uscita est del parco.
Quanto aveva condiviso con quell'uomo e quanto ancora avrebbe dovuto sopportare, verso l'ignoto punto di fuga della prospettiva della sua vita.
Cominciò a piovere e le gocce del temporale, così possenti e impetuose, creavano piccoli tamburi ovunque, mentre il lago si tramutava in un'enorme grancassa armonica; e così, con passo malinconico e nostalgico, si diresse verso il cancello Nord, solo e turbato.
martedì 20 gennaio 2009
Risveglio
Sempre la solita storia
Capitolo II
"Risveglio"
Capitolo II
"Risveglio"
La luce dell'alba passava per i vetri ormai asciutti e risvegliava la stanza dal sonno notturno. I raggi più potenti raggiunsero Tom e gli fecero aprire gli occhi tempestivamente: tutto sotto controllo nell'ufficio, il ventilatore era rimasto acceso tutto il tempo e la porta cigolava ancora. Intontito si alzò con calma mentre sistemava con le mani i suoi capelli arruffati e scomposti. Dopo pochi passi entrò nel bagno e guardandosi allo specchio si accorse che era tempo di radere di nuovo la sua barba, ormai spessa 2-3 centimetri: dieci minuti furono sufficienti. Subito dopo si vestì, jeans e camicia celeste, con sopra un'elegante giacca nera che si abbinava bene al suo lungo giubbotto dello stesso colore.
Prese di nuovo le foto in mano e annotò su ognuna di esse il numero mostrato sul monitor, facendo attenzione a segnare bene le cifre. Poi spense tutto, compreso il ventilatore; passò la porta dello studio e, attraversato il corridoio poco illuminato, uscì lasciandosi alle spalle la porta di casa.
Nella tromba delle scale la luce era più forte per via dell'ampio lucernario che si trovava sul tetto; i gradini bianchi decrepiti e molto antichi conferivano al luogo un'aria molto angusta e tetra, ma Tom era abituato e non ci badava più di tanto. Rapidamente scese, saltando agilmente gli ultimi cinque scalini.
La porta dell'edificio era altrettanto cupa e portava alla stessa strada che si poteva vedere dalle vetrate dello studio. Numerosi palazzi si ergevano maestosi ai bordi di quella via, mentre poco più avanti, sperso fra tanto cemento, sorgeva un piccolo parco, l'"Urcwasser Official Meason Park", ricco tuttavia di comode panchine corredate di barboni ubriachi.
L'aria fredda investì il detective impetuosamente, ma il suo cappotto lo proteggeva ottimamente dal gelo invernale; con un gesto si coprì il capo e iniziò a camminare verso l'Urcwasser, con le foto nella tasca interna e i numeri fissi nella sua mente.
I suoi passi solitari sul marciapiede cominciarono ad essere accompagnati mano a mano che il sole sorgeva e svegliava gli abitanti della metropoli; i palazzi si svuotavano e la gente si riversava in strada, ognuno verso la propria meta quotidiana. Il traffico cominciava a mostrare i primi segni di stress, quali ingorghi sparsi e parcheggi carenti, mentre le luci notturne si spegnevano mentre si alzavano le saracinesche di negozi di ogni tipo.
Lungo la sua strada, Tom notò diversi negozi aperti da poco e salutò timidamente i proprietari con un cenno, ma non poteva fermarsi, l'appuntamento era già fissato per le 6:50: un minuto di ritardo gli sarebbe costato caro.
Puntualmente arrivò al parco e, oltrepassato l'imponente cancello d'entrata, percorse il viottolo fino ad una panchina, quasi nascosta, situata dietro un grande albero. Si sedette abbastanza goffamente.
Da poco lontano saltò fuori un altro individuo, completamente vestito di nero con un berretto di lana del medesimo colore. Si sedette anche lui, affianco all'investigatore, e con voce fredda e decisa disse: "Sempre qui, amico. Anche questa volta ti costerà caro, il mercato non è più quello di una volta". Con sicurezza Tom rispose: "Non ne dubitavo. Però mi serve entro domani sera".
"Va bene, va bene. Dammi la foto." Fu la risposta; l'investigatore prese la foto del più losco fra gli otto, Nikolai Vodaric. "Mh, devo chiedere al capitano. Gli archivi di polizia sono sempre più difficili da consultare per i criminali esteri.".
"Sono sicuro che farai un ottimo lavoro", rispose Lankster con un sorriso stampato sulla faccia.
Si alzò, salutò rapidamente il poliziotto e con passo sicuro si allontanò verso il centro dell'Urcwesser.
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