Devo scrivere assolutamente, prima che dalla mia bocca o dalle mie mani esca fuori qualcosa di insensato. Devo proteggermi da eventuali vendette, ripicche e atteggiamenti controproducenti.
Quanto può influenzare un uomo un generico saggio breve, ordinato da una generica professoressa per un generico giorno? Generalmente poco, molto poco.
Cosa succede tuttavia se al posto di un generico argomento prendiamo in considerazione l'amicizia? Ancora niente, direte voi. Un normalissimo saggio breve su un normalissimo rapporto umano.
No, non è così, almeno non nel mio caso.
Mi ritrovo ancora confuso e disperso, libero di vagare nei miei pensieri alla ricerca di una soluzione netta e definita di cui non conosco l'ubicazione. Ho perso il TomTom mentale, perciò mi ritrovo a un bivio sconosciuto, per proseguire su vie ancora più tetre e ignote.
Chi è un amico? Non lo so, in linea di massima direi qualcuno con cui condividi. Nella vita reale lo so, non è così: ci sono gli amici che se incontri per strada non li saluti, gli amici per modo di dire. Poi ci sono gli amici che vedi una volta all'anno di cui facilmente ti scordi il nome; ci sono gli amici veri, quelli indimenticabili, e quelli che credevi tali fino al giorno prima. Quelli che non scorderai mai, quelli che forse avresti fatto meglio a farlo.
Reduce da una giornata non troppo stressante, mi dedico con più tranquillità all'argomento. Come un topo alla ricerca del formaggio, voglio anche io rosicchiare una parte di verità; e se non ne esiste nemmeno una assoluta, valida per tutti noi, che almeno io possa trovare quella risposta alla domanda.
Ma mi rendo conto di avvicinarmi quasi come asintoto a una definizione del problema, sempre più vicino ma impalpabile, accanto alla domanda ma pur sempre perso nel mio labirinto della mente.
Avere un amico non basta. Si è squarciati dall'interno dalle sfumature che questa esperienza può assumere, dalla variabilità umana che è così vasta e ampia da non permettere mai a due sentimenti di riscontrarsi ugualmente; eppure siamo soliti raggruppare emozioni così differenti, unirle in "parole" da glossario che le squadrino, le costringano in un contenitore mentre strabordano e straripano dagli argini, dai limiti che Noi imponiamo ad esse.
Filosofia, letteratura, matematica, così come tutte le arti e le scienze da sempre sono state influenzate dal pensiero Aristotelico del bianco e del nero, dell'impossibilità del coesistere; così non esiste il grigio, ma solo gli estremi, così non c'è una via di mezzo, ma solo due strade che sono così distanti fra loro.
La storia tuttavia ha dato ragione al grigio. Chi è stato a un estremo della società, della vita, del pensiero e dell'azione è sempre stato confinato e poi sconfitto. Essere equi dovrebbe essere il fine principale della nostra vita.
Perciò arrivo a domandarmi perché abbiamo un lessico così limitato per esprimere concetti così vasti e numerosi. Tre parole per infiniti sentimenti. Amore, Amicizia e Odio. No, non è così. Non è ne bianco ne nero, almeno non sempre.
Col coraggio e la responsabilità delle nostre azioni dobbiamo affrontare questa realtà, questi confini così netti che in natura non esistono. Il "Generico" è un nemico da sconfiggere, perché solo nella particolarità risiede il nostro reale pensiero e la nostra vera esperienza.
Il primo punto della mia discussione, della mia analisi è chiaro: la domanda risiede nel linguaggio ed esso, limitato dalle regole della conformità e dell'uniformato universo, ci costringe a comportarci come fotocopie senza anima, sostenute solo dalla standardizzazione dei nostri caratteri, corrispondenti o a modelli predefiniti o a concetti preesistenti, ideati da altri, a cui noi arriviamo ad appartenere grazie a infantili giochi mentali; chi si distacca della folla non è forse un semplice isolato? E ciò non vale solo per l'amicizia, come potrebbe sembrare, ma anche per tutti i comportamenti umani.
Noi siamo solo ciò che gli altri ci attribuiscono. Ormai non è più essere; in questa società odierna e occidentale, è solo apparire.
A questo punto, mi ritengo un po' più illuminato del solito, anche se probabilmente per voi tutto ciò è solo un folle ragionamento senza capo ne coda. Non nel mio cervello ad ogni modo, perciò cercherò di farvi capire il più possibile dei miei ragionamenti astrusi e complicati.
Passo alla risposta che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non è 42, ma c'è e se ne può discutere. Comunque, procediamo gradualmente.
La domanda è limitata, così come lo è il nostro carattere, per via delle regole codificate e canoniche che influenzano la nostra vita e il nostro parlare; siamo arginati e costretti a esprimerci non al meglio, ma convenzionalmente.
La risposta dunque sarà altrettanto limitata? No, perché l'analisi interiore non è confinata dalle parole. Quello che sentiamo può venire espresso e, se ci si concentra sull'analisi dei sentimenti e non su quella delle parole, si potranno ottenere molte più soluzioni.
Sì, credo di esserci. Credo di aver illuminato il bivio, di sapere dove conducono le due vie che mi si presentano di fronte.
Da una parte c'è il pragmatismo, l'adattamento, il cambiare secondo ciò che più ci conviene, in modo da essere attuali e fortunati, sorretti dal caso.
Dall'altra parte c'è la riflessione, quella personale, l'ingegnarsi per capirsi piuttosto che l'ingegnarsi per apparire meglio.
Quale via bisogna percorrere? Chi lo sa, non lo sapremo mai. La mia scelta? La state leggendo.
Welcome!
lunedì 24 novembre 2008
lunedì 10 novembre 2008
Angoscia, Fretta, Rabbia
L'angosciante incombere del tempo, il ritmo martellante della giornata, lo scandirsi imperturbabile delle ore, dei minuti, dei secondi. Rapidi, devastanti, gli attimi si susseguono immediati, non hai più nemmeno un momento per respirare. Non hai tempo. Non c'è più nulla da fare. Sei in ritardo, fuggi, scappi, cerchi una soluzione ma ormai è troppo, troppo tardi.
Cadi nel baratro dell'interminabile avanzata dei secondi, la marcia degli anni che ormai ti trafigge.
Sei sconfitto.
Hai perso.
Carpe diem.
Cadi nel baratro dell'interminabile avanzata dei secondi, la marcia degli anni che ormai ti trafigge.
Sei sconfitto.
Hai perso.
Carpe diem.
venerdì 31 ottobre 2008
La foto
Tutto nasceva da uno scorcio, da un'immagine, da una foto che gli era rimasta impressa sulla retina. Quei colori sgargianti, il contrasto, la bellezza. Al centro di tutto lo straordinario quadro, il suo splendore si esprimeva in tutta la sua grandezza, maestoso, vivace, pieno di passione.
Una trasformazione in un'opera d'arte, era quello il risultato che ora aveva. Da quella semplice fotografia nasceva ora un lavoro magnifico, capace di esprimere ogni cosa, di chiarire tutto e illuminare nulla.
Sarebbe bastato mostrarle questo; ma la paura, la soggezione, la modestia, l'umiltà, il dolore si ponevano prima. Troppa passione sprecata.
E così, quell'immagine tanto rimirata dal suo autore, rimaneva nel cassetto, chiusa e all'oscuro di tutto, esclusa dal mondo dei colori e della vita, dal mondo di Lei.
Nessuno vide più la foto.
Lui non vide più Lei.
Una trasformazione in un'opera d'arte, era quello il risultato che ora aveva. Da quella semplice fotografia nasceva ora un lavoro magnifico, capace di esprimere ogni cosa, di chiarire tutto e illuminare nulla.
Sarebbe bastato mostrarle questo; ma la paura, la soggezione, la modestia, l'umiltà, il dolore si ponevano prima. Troppa passione sprecata.
E così, quell'immagine tanto rimirata dal suo autore, rimaneva nel cassetto, chiusa e all'oscuro di tutto, esclusa dal mondo dei colori e della vita, dal mondo di Lei.
Nessuno vide più la foto.
Lui non vide più Lei.
giovedì 16 ottobre 2008
Sempre più blu
Passa il tempo, passano gli anni e ricordo ancora i miei post sulla ragione, sulla vita, riflessioni filosofiche azzardate e del tutto vane, dimenticate ora nei meandri del mio blog, chiusi in uno scrigno nella mia mente, isolati in attesa di tempi migliori, di momenti in cui ricordare tanta diffidenza con felicità, contenti della situazione attuale, senza combattere con i fantasmi del passato e l'incombere del presente. Per ora, mi limito a rifugiarmi dietro le parole per andare avanti.
Mi ritrovo ad ascoltare Rino, l'eroe Rino.
La sensazione è sempre quella di fare da spettatori a un mondo di giocatori scarsi, e non intendo specificare un caso in particolare, tutta la vita è così. Politici ingannevoli che si giocano il destino della terra a dadi, azionisti falliti che cedono il passo alla recessione economica, amici che si estraniano, sconosciuti estroversi, teatranti esuberanti, un nulla di fatto nelle mani e il resto che ti circonda.
Tutti sono diversi. È un vantaggio scrivono sui libri di storia, te lo insegnano a educazione civica, te lo ripetono i parenti.
Eppure a volte credo che sarebbe meglio un mondo di cloni, almeno saprei cosa aspettarmi. La mossa del vicino, il pensiero dell'ambasciatore, la tecnica del malvagio o il gioco dell'amore; invece mi ritrovo ad ascoltare "Ma il cielo è sempre più blu", contro quella società che non sopporto.
Per una volta desidero cambiare ogni cosa, rimodellare l'universo, cambiarlo secondo la mia volontà. E non per governare meglio il mondo, ma per renderlo più facile, dannatamente più semplice. E se c'è un Dio lassù, sarà anche perfetto, ma in quanto a realizzazione universale fa schifo.
Mi ritrovo ad ascoltare Rino, l'eroe Rino.
La sensazione è sempre quella di fare da spettatori a un mondo di giocatori scarsi, e non intendo specificare un caso in particolare, tutta la vita è così. Politici ingannevoli che si giocano il destino della terra a dadi, azionisti falliti che cedono il passo alla recessione economica, amici che si estraniano, sconosciuti estroversi, teatranti esuberanti, un nulla di fatto nelle mani e il resto che ti circonda.
Tutti sono diversi. È un vantaggio scrivono sui libri di storia, te lo insegnano a educazione civica, te lo ripetono i parenti.
Eppure a volte credo che sarebbe meglio un mondo di cloni, almeno saprei cosa aspettarmi. La mossa del vicino, il pensiero dell'ambasciatore, la tecnica del malvagio o il gioco dell'amore; invece mi ritrovo ad ascoltare "Ma il cielo è sempre più blu", contro quella società che non sopporto.
Per una volta desidero cambiare ogni cosa, rimodellare l'universo, cambiarlo secondo la mia volontà. E non per governare meglio il mondo, ma per renderlo più facile, dannatamente più semplice. E se c'è un Dio lassù, sarà anche perfetto, ma in quanto a realizzazione universale fa schifo.
domenica 12 ottobre 2008
Scrivere, o meglio, Sopravvivere

Scrivere. L'atto di comunicare, di esternare i propri pensieri, attraverso la penna o, in questo caso, la tastiera, mi ha sempre confortato, reso sicuro quasi. Lo scorrere fluido delle parole, una dopo l'altra, idea dopo idea, fatto dopo fatto, fino a trasferire in un articolo un sentimento, un'opinione. Condividere problemi, dilemmi o soluzioni e alternative, una simbiosi fra te e chiunque.
E' possibile che nella propria mente si abbia già un destinatario, già. Qualcuno che si speri legga il post, ci pensi su; magari che ti comprenda anche.
Io non mi sono mai fermato al lettore ideale, per mia fortuna e vostra tortura. Adorerei soffermarmi sui dettagli della mia vicenda interiore, ma una pagina con infinite volte ripetuto Noia, Tristezza, Sconforto e Disorientamento, non necessariamente in questo preciso ordine, sarebbe molto noiosa.
Scrivere, ovvero Sopravvivere. Devo dire che il poggiare le mie mani sui tasti è sempre molto affascinante, vedere come il cervello si esprima, quasi da sé, è alquanto interessante. Anche l'essere protetti da numerosi chilometri di cavi telefonici può rasserenare, riparandoti dal primo impatto che si sa, è sempre il peggiore. Dolci melodie si compongono con i caratteri e probabilmente un lettore medio non arriverebbe nemmeno a leggere fin qui. Ma tu ci sei, tanto vale continuare.
Numerosi sentimenti, tristi o felici, alla fine si accumulano dentro di noi, o almeno, dentro di me. Ho bisogno, come in un legame covalente, di mettere in comune i miei elettroni-sentimenti con qualche altra atoma pia, che leggendo quantomeno prenda conoscenza della mia situazione.
Se ad esempio leggesse i miei articoli la professoressa di italiano:
- Mi alzerebbe il voto in italiano (ndr, richiede senso dell'umorismo)
- Mi interrogherebbe di meno (ndr, richiede culo)
- Comincerebbe a cambiare amicizie
- Si domanderebbe come può un uomo del genere avere ancora la sufficienza in filosofia
- Si convertirebbe al Buddhismo (per sfizio. Pura constatazione personale)
Parola dopo parola, mi ritrovo qui, a concludere un breve ma serio, triste ma comico articolo sulla mia vita da blogger, scrittore o recensore di diario, come preferite.
L'importante è il verificarsi continuo della legge principale della penna: Scrivere è Sopravvivere.
E così, scrivo e vivo, grazie a quei link che vagano per il web, nutrito da fantasiose analisi su improbabili lettori.
venerdì 26 settembre 2008
Il Problema
Qual'è il dilemma che assilla tutti noi, blogger più (guardate altrove) o meno (eccomi) esperti nello scrivere racconti, brani, articoli e post? Nelle mie continue analisi psichiche sull'origine delle cause, nel mio infinito processo di analisi riguardo ogni mio singolo pensiero, sono giunto ad una strana seppur originale conclusione.
Il problema è comunicare. Ogni post ha la finalità (celata o palesemente evidente) di inviare ai lettori un messaggio, non importa cosa riguardi: siamo tutti tramandatori di opinioni, elaborate nei nostri cervelli e dettate alle nostre mani per essere digitate su una tastiera.
Brevi o lunghi che siano, gli articoli contengono le idee, solide o momentanee, dell'autore, esposte e accuratamente inserite all'interno di periodi complessi e frasi semplici.
Per questo motivo, oggi mi limito a non dirvi null'altro che già non sappiate, o almeno ci provo. Già, una prova riuscita male in quanto ho, ad ogni modo, divulgato il mio punto di vista sull'argomento.
Per questo motivo, oggi mi limito a non dirvi null'altro che già non sappiate, o almeno ci provo. Già, una prova riuscita male in quanto ho, ad ogni modo, divulgato il mio punto di vista sull'argomento.
Ma non importa, basta saperlo.
sabato 20 settembre 2008
Gocce di Ferro
Quel pomeriggio le nuvole non accennavano a diradarsi, il cielo era cupo e incominciava a essere difficile scorgere l'orizzonte. La nebbia e la foschia non permettevano di vedere nulla oltre i venti metri, così come la pioggia forte e fitta disturbava la vista. Le gocce cadevano dure sull'ombrello, tamburellando come milioni di biglie rovesciate sulle mattonelle di casa, e proseguivano il loro cammino rimbalzando verso terra o fermandosi a riposare sopra la stoffa dei vestiti, ormai umidi e pesanti.
Era fermo anche lui, sul marciapiede di cemento, mentre osservava l'acqua scorrere verso i canali di scolo come file di auto che da vicoli secondari si gettano unite nella strada principale, persone diverse radunate in un torrente di smog e clacson. Nelle pieghe dell'asfalto il piccolo ruscello seguiva la forza di gravità, continuando impervio il suo percorso verso le fogne, raccogliendo i rifiuti della società: carte, sigarette, sacchetti di patatine e quant'altro sia troppo faticoso gettare in un cestino.
Chiuse l'ombrello. Ora le gocce scivolavano sopra i suoi folti capelli, lisciandoli sotto l'ordinato caos del diluvio, raffreddavano il collo come mani gelide d'estate, accarezzavano le mani e le loro curve, seguendole fino a cadere giù, fino in fondo.
Non era così male, la pioggia era quasi calda e quel tepore lo faceva sentire così libero. Con una calma inoppurtuna per chiunque, ripose l'ombrello nella borsa, bagnando i libri, gli appunti, le fotografie che aveva lì.
Cominciavano i tuoni. Rumori sordi nell'aria con forza si imponevano sugli scabri suoni della routine cittadina, lampi elettrici si sostituivano a lampi d'odio nella vita terrena.
Proseguì per il suo cammino, passo dopo passo, non badando alle pozzanghere che gli si presentavano davanti, nelle quali infilava tutto il piede fino a bagnare anche i pantaloni.
Giunse a casa, bagnato e sudato, sporco e esausto, probabilmente raffreddato. Mise la chiave nella serratura rimirando il cielo che lo aveva accompagnato in quel ritorno a casa, poi si sentì diverso mentre la girava, pensava alle gocce che aveva addosso e aprendo la porta, si sentì meglio. Aveva capito.
Era fermo anche lui, sul marciapiede di cemento, mentre osservava l'acqua scorrere verso i canali di scolo come file di auto che da vicoli secondari si gettano unite nella strada principale, persone diverse radunate in un torrente di smog e clacson. Nelle pieghe dell'asfalto il piccolo ruscello seguiva la forza di gravità, continuando impervio il suo percorso verso le fogne, raccogliendo i rifiuti della società: carte, sigarette, sacchetti di patatine e quant'altro sia troppo faticoso gettare in un cestino.
Chiuse l'ombrello. Ora le gocce scivolavano sopra i suoi folti capelli, lisciandoli sotto l'ordinato caos del diluvio, raffreddavano il collo come mani gelide d'estate, accarezzavano le mani e le loro curve, seguendole fino a cadere giù, fino in fondo.
Non era così male, la pioggia era quasi calda e quel tepore lo faceva sentire così libero. Con una calma inoppurtuna per chiunque, ripose l'ombrello nella borsa, bagnando i libri, gli appunti, le fotografie che aveva lì.
Cominciavano i tuoni. Rumori sordi nell'aria con forza si imponevano sugli scabri suoni della routine cittadina, lampi elettrici si sostituivano a lampi d'odio nella vita terrena.
Proseguì per il suo cammino, passo dopo passo, non badando alle pozzanghere che gli si presentavano davanti, nelle quali infilava tutto il piede fino a bagnare anche i pantaloni.
Giunse a casa, bagnato e sudato, sporco e esausto, probabilmente raffreddato. Mise la chiave nella serratura rimirando il cielo che lo aveva accompagnato in quel ritorno a casa, poi si sentì diverso mentre la girava, pensava alle gocce che aveva addosso e aprendo la porta, si sentì meglio. Aveva capito.
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